Storia

Murales fatto a Falcone ( ME ), presso l'ex scuola Media sulla SS113, ritraente la battaglia navale di Capo di Milazzo.
Murales fatto a Falcone ( ME ), presso l'ex scuola Media sulla SS113, ritraente la battaglia navale di Capo di Milazzo.

 

Battaglia navale di Milazzo (260 a.C.)

Furono i mamertini (il loro nome deriva dalla forma osca di Marte), soldati mercenari al soldo di Cartagine, a fornire a Roma il motivo per scatenare lo scontro con i punici. Dopo la morte di Agatocle, questi mercenari, originari della Campania, si erano impadroniti in modo duro di Mamertum (Messina), assumendo il controllo dell’area Nord-Est della Sicilia, mentre i Cartaginesi erano in possesso dell’area Sud-Ovest dell’isola.

Nel frattempo a Siracusa faceva la sua ascesa il nuovo dittatore Ierone, che, volendo emulare il suo predecessore, puntò sulla città di Messina per espandere i suoi domini, non pensando minimamente di infastidire i ben più forti e crudeli cartaginesi.

Gli abitanti di Mamertum, furbescamente, non esitarono a chiedere l’aiuto di Cartagine così da scongiurare il pericolo; purtropp se da una parte ciò causò il ritiro di Siracusa, dall’altra però i cartaginesi volevano rendere Messina un loro dominio, perciò nel 264 a.C. i mamertini chiesero a Roma di allearsi ritenendola giustamente meno vincolante del rapporto con i punici.

Nell’Urbe s accese un duro dibattito, infatti molte erano le ragioni per non accettare la richiesta dei mamertini: innanzitutto moralmente essi avevano la fama di briganti e questo non avrebbe fatto buona pubblicità a Roma, ma soprattutto il senato era conscio del fatto che un eventuale aiuto sarebbe stato considerato un affronto per Cartagine ed una guerra, con tutte le grandi spese che avrebbe comportato, non sarebbe stata ottimale da affrontare in quel momento.

L’eventuale guerra inoltre si sarebbe combattuta per mare, motivo per cui Roma si sarebbe dovuta munire di una flotta, perché l’unico modo per vincere definitivamente sarebbe stato prevalere nelle battaglie navali, in cui Cartagine era al momento imbattibile.

Esistevano poi ragioni più grette, che avrebbero spinto il senato romano a tentennare: le ultime campagne militari avevano portato all’affermazione militare e, conseguentemente, politica di molti homini novi provenienti dal popolo, era ragionevole, perciò, pensare che una vittoria contro la più grande potenza del Mediterraneo Occidentale avrebbe di fatto sancito in modo definitivo questo processo di democratizzazione, che avrebbe ridimensionato il potere decisionale dei senatori.

È probabile, anche se Polibio (fonte principale) non lo afferma, che la decisione definitiva fosse stata presa dal popolo che ne avrebbe visto solo gli effetti positivi. Un corpo di spedizione riuscì a giungere a Messina, perché l’ammiraglio punico non se ne preoccupò più di tanto, ma il fatto che appena tornato in patria fu condannato a morte la dice lunga sull’atteggiamento che avrebbero assunto i punici.

Seguì una battaglia per il possesso di Messina, dove i romani ebbero la meglio e si assicurarono un’alleanza con Ierone di Sracusa. Nel 262 a.C. occuparono, dopo un lungo e difficile assedio, Agrigento, alleata dei cartaginesi. Ma la guerra stagnava, perché nessuno dei due contendenti riusciva a scacciare definitivamente l’altro dall’isola e oltretutto Roma agiva con molta cautela, cercando alleati tra le città siciliote.

Il senato era sul momento propenso, visto il buon andamento delle operazioni terrestri, a cercare un compromesso con i punici e a proporre una divisione in sfere d’influenza dell’isola; ma avendo messo piede in Sicilia l’idea di Roma era troppo affrettata.

Nel 261 a.C. la flotta cartaginese, guidata da Amilcare, fece recuperare tutte le postazioni perse e addirittura saccheggiò alcuni centri costieri italici.

È a questo punto che, per Polibio, si determina il cambiamento della politica romana: il senato decreta la necessità di conquistare la Sicilia, segnando definitivamente la scelta di seguire l’idea dell’imperialismo e da allora Roma non sarà più la
stessa.

Poiché per la conquista dell’isola era assolutamente necessario munirsi di una flotta, fu fatto questo grande investimento: secondo Polibio non fu una flotta qualunque.

Fino a quel momento Roma disponeva di 20 triremi agli ordini di duoviri navales, ma per far fronte a Cartagine bisognava munirsi di quinqueremi, molto più potenti e veloci; gli ingegneri navali trassero spunto da una nave catturata ai punici in uno scontro del 264 a.C.

I vascelli punici erano lunghi 37 m e larghi 5 m, disponevano di 270 rematori, suddivisi in tre banchi sovrapposti, in quelli superiori, rispettivamente di 112 e 108 vogatori, gli uomini erano disposti due a due, mentre il banco inferiore ospitava 50 elementi singoli. Le quinqueremi portavano circa 120 soldati, oltre i 30 membri dell’equipaggio.

In tutto furono realizzate 100 navi di quel tipo, oltre a 20 triremi, tra i porti di Ostia, Anzio e Napoli. Furono inoltre addestrati 30000 vogatori (remiges), reperiti tra i socii navales, ma anche trai cittadini più poveri o tratti dai contadini dell’entroterra italico. Non era tutto: Roma aveva forze armate prettamente terrestri senza alcun tipo di esperienza navale, persino i comandanti non sapevano come guidare i propri uomini per mare.

Bisognava trovare un modo per facilitare le battaglie navali per i soldati romani e in questo caso l’alleanza con Ierone si rivelò assai utile. Durante la guerra del Peloponneso gli ateniesi avevano tentato un assalto a Siracusa, che possedeva però dei dispositivi detti “corvo”, molto utile per sconfiggere i nemici. Si trattava di un ponte girevole lungo 11 m e terminante con un uncino, che serviva a bloccare la nave nemica e per permettere ai legionari di combattere come se si trovassero su terraferma.

Nel 260 a.C. la flotta fu affidata a Gneo Cornelio Scipione, che ne fece un uso così sciocco da essere soprannominato Asina. Lasciata la maggior parte della flotta a Messina, si diresse con 17 navi alla volta di Lipari, ma fu bloccato dai punici che lo catturarono e lo portarono a Cartagine. Il comando passò a Caio Duilio, a cui erano state prima affidate le sole operazioni terrestri; il comandante abbandonò le truppe per guidare una flotta inesperta in operazioni considerate da molte suicide.

Ma il vero alleato de romani era la sorpresa, infatti era facile sottovalutare una flotta neonata e soldati inesperti nelle guerre via mare, perciò i cartaginesi salparono pronti a vincere con facilità i loro nemici, non considerando che i romani avrebbero sfruttato i corvi, che furono il tocco decisivo per decretare gli esiti della battaglia.

Non appena le navi puniche si avvicinavano a quelle capitoline, venivano calati i corvi che trasformavano lo scontro in un corpo a corpo in cui i romani erano di gran lunga superiori. I cartaginesi, così, ebbero la peggio: chi non era caduto in battaglia fu catturato e le navi divennero proprietà romana.

Il resto della flotta punica tentò un nuovo assalto, ma fu tutto inutile e Annibale dovette ritirarsi; nel frattempo i romani liberarono Segesta, importante centro della Sicilia Occidentale, che, essendosi alleata con Roma, aveva subito un duro assedio.

Possiamo immaginare come si gioì nell’Urbe per questa schiacciante vittoria; nel Foro fu innalzata una colonna, di cui si conserva l’iscrizione, con i rostri delle navi catturate in onore di Caio Duilio, che viene ricordato come il gran vincitore di Milazzo e che perciò potè godere per tutta la vita del privilegio di essere accompagnato tutte le sere a casa da un gruppo di flautisti e da portatori di fiaccole.

 

La Battaglia di Milazzo (1860)

 

 

La battaglia di Milazzo fu combattuta fra il 17 e il 24 luglio 1860, nei dintorni e nella città Milazzo, quando i Mille di Giuseppe Garibaldi, unitamente a nuovi combattenti che diedero corpo all'esercito meridionale, affrontarono e sconfissero i borbonici. Le forze impiegate nello scontro ammontavano a circa 10.000 uomini, dei quali oltre 6.000 erano i garibaldini.

 

La battaglia di Milazzo fu molto diversa da quella sostenuta a Calatafimi. Per la prima volta i garibaldini si misuravano con una formazione borbonica guidata da un comandante fermamente intenzionato a battersi e all'altezza della situazione.

Le forze borboniche, inviate da Messina a difendere la fortezza di Milazzo e la sua piccola guarnigione, erano composte da tre battaglioni di Cacciatori a piedi, uno squadrone di Cacciatori a cavallo ed una batteria di artiglieria da montagna, per un totale di 3.400 uomini, guidati dall'abile colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco.

In questa occasione, però, anche lo schieramento garibaldino era temibile, forte delle 8.000 carabine a canna rigata e delle 400.000 cartucce inviate dal Piemonte. Inoltre, i garibaldini potevano contare sulla supremazia numerica, pur lamentando una totale assenza di reparti di cavalleria ed una iniziale inferiorità di artiglieria.

 

La battaglia di Milazzo fu molto diversa da quella sostenuta a Calatafimi. Per la prima volta i garibaldini si misuravano con una formazione borbonica guidata da un comandante fermamente intenzionato a battersi e all'altezza della situazione.

Gli schieramenti reali in campo erano: 2600 soldadi borbonici del Gen. Bosco contro 8000 pseudo garibaldini.La battaglia fu vinta dai soldati di Bosco, che comunque dovettero ritirarsi nella fortezza di Milazzo, perché il gen. Clary con 22000 soldati a dispoizione non mandò aiuti. (Giuseppe Buttà)

Dopo una serie di scaramucce preliminari, reciprocamente avviate nei giorni precedenti allo scopo di saggiare la consistenza delle forze avversarie, lo scontro decisivo si accese alle ore 6,30 del 20 luglio, al centro della piana che offre accesso alla piccola penisola ove sorge la città di Milazzo.

 

Garibaldi decise di attaccare lo schieramento borbonico, disposto su due linee, con una massiccia colonna centrale, preceduto da due attacchi laterali contemporanei, in modo da creare un utile diversivo. L'organizzazione e la sincronia dei movimenti fu piuttosto scoordinata e questo primo tentativo si tramutò in un vero disastro, nel quale i garibaldini furono respinti e riuscirono a stento nel contenere il contrattacco borbonico, subendo gravissime perdite.

Ma non erano certo gli uomini che mancavano a Garibaldi e, dopo una rapida riorganizzazione dei quadri, gli attacchi garibaldini si susseguirono per oltre sei ore, nelle quali gli schieramenti contrapposti dimostrarono una combattività eccezionale, galvanizzati dai due comandanti in capo che guidavano personalmente le azioni, entrambi continuamente presenti nella prima linea.

I due erano talmente vicini alla linea di combattimento che, in una celebre occasione, l'improvviso attacco di un drappello della cavalleria borbonica rischiò di travolgere lo stesso Garibaldi. Subito i garibaldini presenti si posero a difesa del comandante per dargli modo di mettersi al sicuro, ma egli si gettò nella mischia e, disarcionato, venne fortunosamente salvato dal provvido intervento di Missori.

Nel primo pomeriggio, dopo aver richiesto inutilmente l'invio di rinforzi dalla cittadella fortificata, dove la guarnigione borbonica di 1.400 uomini era asserragliata agli ordini del colonnello Raffaele Pironti, il quale si rifiutava di ricevere ordini data la maggiore anzianità di servizio, del Bosco decise di arretrare verso l'abitato, che offriva maggior protezione alla difesa.

Garibaldi si riposa dopo la battaglia, nell'abitato di Milazzo.

Fu in quel frangente che pirocorvetta Tukory giunse nei pressi della costa occidentale. Si trattava di una moderna unità della marina borbonica, la "Veloce", che pochi giorni prima era stata consegnata alla marina Sarda, dal corrotto capitano Amilcare Aguissola, contattato e "convinto" al tradimento dall'ammiraglio Persano.

La corvetta, subito ceduta alle forze garibaldine e rinominata "Tukory", era armata con 10 potenti cannoni che, diretti personalmente da Garibaldi, presero a martellare incessantemente l'ala sinistra delle forze borboniche, impedendo ogni tentativo di contrattacco e costringendole a ritirarsi nella cittadella fortificata.

Il 21 luglio, in seguito alla convenzione voluta dal ministro della guerra napoletano Pianell, il maresciallo Tommaso de Clary ed il generale Giacomo Medici firmarono il patto per l'evacuazione delle truppe borboniche dalla Sicilia ed il 25 luglio anche i reparti guidati dai colonnelli Pironti e del Bosco si imbarcarono per Napoli, lasciando Milazzo in mano garibaldina.

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